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Gli Spostati

Mi pare che sia un po’ decaduto, fra gli insulti, l’epiteto di “spostato”. Si diceva molto, soprattutto nel meridione. Voleva dire balordo, mezzo matto, o scemo del tutto. Ora si usano piuttosto perifrasi come “fuori di testa”, imparentate all’effetto di qualche droga. L’idea del movimento, dell’andare fuori, c’è sempre. In “spostato” era più pregnante il rapporto col posto.
E’ importante il posto. Si dice di una persona che “è a posto”. Si dice: “Tutto a posto?” Spostato è uno che ha perduto il suo posto. Uno fuori luogo, come un pesce fuor d’acqua. La traduzione letterale, nell’inglese universale, è “displaced person”. Non è una formula generica: è il modo tecnico di nominare chi non ha più una casa, una patria, un’identità –e nemmeno una carta d’identità. Displaced Person, abbreviato in DP: così si dice nelle organizzazioni internazionali. Un mondo di spostati.

Prima di scrivere questo testo ho guardato le fotografie degli evacuées forzati di Santo Domingo, e le ho riguardate, e poi ho cercato di rintracciare una storia degli spostati, di imparare qualcosa e di raccontarlo anche a voi che leggete. Meglio che imbastire un ennesimo tema benintenzionato sui diritti umani e su chi ne è spogliato. Una ricerca senza pretese, si capisce, di quelle permesse da un giro sulla rete. Sono partito da quel nome di displaced persons, che sapevo applicato nel secondo dopoguerra europeo a un numero ingente di ebrei. Fra il 1945 e il 1952, dunque per ben sette anni dopo la fine della guerra, oltre 250 mila ebrei europei superstiti alla Shoah vissero in campi di raccolta in Germania, Austria e Italia. C’è un dettaglio agghiacciante: in parecchi casi, si trattava degli stessi campi di concentramento in cui erano stati deportati, ora riconvertiti sotto l’amministrazione degli Alleati e dell’Unrra (United Nations Relief and Rehabilitation Administration).
A proposito del posto, c’è quell’altra espressione: “Stai al posto tuo!” E’ un’intimazione che viene facile rivolgere agli inferiori e ai servi, che non dimentichino con chi hanno a che fare. E agli ebrei: “Non ho niente contro gli ebrei, purché stiano al loro posto”. Gli ebrei, per definizione, non ce l’hanno il loro posto. Sono erranti, displaced, spostati. Un mio amico dice che non gli è mai così chiaro che cosa voglia dire essere ebreo come quando sente pronunciare quell’avvertimento: “Stai al tuo posto!”
E’ durante la Seconda Guerra mondiale che si inaugura l’espressione Displaced Persons, e si diffonde soprattutto all’indomani, quando si gonfiano le migrazioni di profughi dall’Europa centrale e orientale. A quanto pare, a coniarla fu Eugene M.Kulischer. Kulischer (1881-1956) fu uno studioso di demografia e di storia, di origine ebraica, figlio a sua volta di uno storico russo. La sua è la biografia esemplare di una persona displaced. Prima lascia la Russia sovietica, nel 1920, alla volta della Germania. Nel 1933, al crollo della Repubblica di Weimar e all’avvento del nazismo, lascia la Germania per la Danimarca, e tre anni dopo va a Parigi. Nel 1941 attraversa clandestinamente il confine della Francia occupata dai nazisti per imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti: suo fratello Alexander, catturato, morirà in un lager. Avevano fino ad allora collaborato negli studi. Spiegavano che la storia del genere umano è la storia dei suoi spostamenti, e che le grandi migrazioni fanno tutt’uno con le guerre. Per rendere l’idea, Kulischer l’aveva così riassunta: “Nel 900 d.C. a Berlino non c’erano tedeschi, non c’erano russi a Mosca, né ungheresi a Budapest, Madrid era abitata dai Mori, ed era difficile trovare un turco a Costantinopoli. Non erano ancora arrivati i normanni in Gran Bretagna e non si trovavano europei nelle Americhe né in Australia in Nuova Zelanda o nell’Africa del sud”. Sommario che andrebbe letto e riletto a scanso degli eccessi di zelo sulle radici e le identità. La storia raccontata da Kulischer è un moto perpetuo di individui e popolazioni, ora più lento, così da apparire ingannevolmente immobile, ora più veloce e fin precipitoso: “Il movimento migratorio è allo stesso tempo perpetuo, parziale e universale. Non si interrompe mai, tocca ogni popolo, ma in un momento particolare mette in moto solo un numero ridotto di membri di ciascuna popolazione: di qui l’illusione dell’immobilità. In realtà, non c’è mai un momento di immobilità per alcun popolo, perché nessuna migrazione resta isolata”.

Dunque, le displaced persons, le persone, e i popoli, spostati. Che non hanno più un posto, e cui si intima: “Stai al posto tuo!” Hanno perso il loro vecchio posto, non hanno trovato il nuovo. Si sono persi. Non sono nessuno. Nel mondo di oggi, sono alcune decine di milioni di persone, quelli solo che si trovano nella condizione di rifugiati e perciò sono assistiti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, l’Unhcr.
Vorrei ora accostare all’ambivalenza della nozione di spostati –delle displaced persons- quella altrettanto suggestiva di Terra di nessuno. No man’s land: non è tecnicamente, nel diritto internazionale, altrettanto definita, mi pare. E’ una striscia di territorio neutro fra la frontiera di uno Stato e la frontiera di un altro. Più spesso, vuol dire la striscia inoccupata fra le trincee di due eserciti in guerra calda o fredda fra loro. Ogni tanto, gli avvenimenti gettano la formula nell’attualità. Ne ricorderò uno, che sarà rimasto nella vostra mente, se abbiate almeno venticinque anni, perché successe a Sarajevo nel maggio del 1993. C’erano due giovani, venticinquenni. Lei si chiamava Admira Ismić, era musulmana di etnia, come si dice malamente, perché l’islam non è affatto un’etnia. Lui, Bosko Srbić, era, come mostra il cognome, serbo. Bosniaci ambedue, del resto. Si amavano, restarono uniti lungo un anno di bombe e sparatorie, poi decisero di andarsene in qualche posto del mondo al riparo dalla guerra e dai fanatismi sciovinisti. Attraversarono il ponte di Vrbanjia, raggiunsero la terra di nessuno mano nella mano, e lì i cecchini fecero il tiro a segno con loro. Per otto giorni i corpi giacquero insepolti nella terra di nessuno, fino a un breve cessate il fuoco che ne permettesse il recupero. Divennero un simbolo di quella feroce pazzia, li chiamarono Giulietta e Romeo di Sarajevo.
Dichiarare che una stretta striscia di terra è di nessuno vuol dire che ogni altro pezzo di terra è di qualcuno. Che in quella striscia nessuno deve metter piede. La terra di nessuno è quella sulla quale tutti aprono il fuoco. Terra nullius, in latino. Come l’antica denominazione degli animali selvatici: Res nullius, cosa di nessuno. Cioé di chiunque, di chiunque apra il fuoco. La caccia alla selvaggina, la caccia all’uomo –all’uomo e alla donna, a due ragazzi innamorati. Displaced, spostati: il loro posto era l’amore, e non c’era posto per l’amore. Certo, poi ci sono i dopoguerra. Ora Admira e Bosko sono sepolti insieme nel cimitero del Leone, a Sarajevo.
E se la terra di nessuno fosse l’intero pianeta? Di nessuno, dunque di tutti: e non solo, oltretutto, degli umani, che vi dovrebbero dimorare felicemente, e però, in guerra e in pace, si accorgono che la stanno distruggendo e consumando.

Non è un paradosso. Si può immaginare di abitare la terra come il proprio posto, e di sentirsene contemporaneamente ospiti e stranieri. Di sentirsi a casa propria e forestieri. Lo dice un testo cristiano del II secolo, di polemica contro il paganesimo e il giudaismo. E’ conosciuto come la Lettera a Diogneto. Più gretto nella parte polemica, ha espressioni mirabili per questa duplicità del cristiano sulla terra.
“I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale… Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera”.
Questo essere stranieri in patria, e sentirsi a casa in casa d’altri, è dei cristiani perché “dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo… Abitano nel mondo, ma non sono del mondo”.
Tuttavia è così che dovrebbe sentirsi ciascuno a questo mondo, cittadino e straniero, anche senza immaginarsi esule sulla terra e aspirante a un cielo. Abitanti provvisori della terra di nessuno, sotto uno stesso cielo.
Il norvegese Fridtjǿf Nansen (1861-1930) fu naturalista, sportivo, esploratore, diplomatico. Nel 1893 salpò alla conquista del Polo nord, a bordo della Fram. Che aveva –la si visita nel museo navale di Oslo- una chiglia a guscio di noce così arrotondata da scivolar via alla morsa dei ghiacci, che invece l’avrebbero sospinta in alto: sarebbe stata la deriva della banchisa a portarla sempre più vicina alla meta. Fram vuol dire Avanti, nome curioso per una nave che sarebbe avanzata stando ferma. Durata tre anni, la spedizione non riuscì a toccare il Polo: ma Nansen gli arrivò più vicino di qualunque altro prima. All’indomani della Prima Guerra, la Società delle Nazioni lo nominò Alto Commissario, incaricato degli scambi di prigionieri e dell’assistenza ai due milioni di profughi dalla Russia sovietica, e poi agli armeni. Nansen ottenne dal parlamento norvegese, col riconoscimento successivo di 52 Stati, l’emissione gratuita di centinaia di migliaia di passaporti per persone apolidi –spostati- che si chiamarono Passaporti Nansen. “Passaporto nonsense”, scherzò Vladimir Nabokov, che pure se ne avvalse: “Come essere un criminale in libertà condizionata”. Fu l’embrione dell’Alto Commissariato dell’Onu, fondato sulla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati. Per la sua opera Nansen ottenne nel 1922 il Nobel per la pace. Nel suo nome viene conferito ogni anno un premio a chi si sia distinto nell’aiuto ai rifugiati. Nell’illustre elenco dei premiati figura, per il 2007, l’avvocatessa maltese Catrine Camilleri. Nel giugno del 2003 il premio era andato alla missionaria italiana Annalena Tonelli, uccisa nell’ottobre successivo in Somalia, nell’ospedale da lei fondato. E’ una donna la portavoce dell’Unhcr a Roma, Laura Boldrini. Quando ha protestato contro i respingimenti indiscriminati nel canale di Sicilia –mare di nessuno, cimitero di migliaia- non faceva che ripetere il dettato dell’art.33 della Convenzione di Ginevra, che vieta il refoulement, il respingimento, verso Stati dove la vita e la libertà sono minacciate per le ragioni per cui il migrante chiede il rifugio, di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche: anche quando arrivi irregolarmente.

(Da D di Repubblica)


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