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La nuova Rosarno: Andria

I disperati: centinaia di clandestini raccolgono olive per tre euro l’ora
di NICCOLO’ ZANCAN

Alle tre di sabato pomeriggio sono gli unici a lavorare. Li vedi passare su motorini fuori mercato e senza targa, ridipinti di verde come le campagne che attraversano. Zidane e Nadir viaggiano insieme. Guanti, berretti di lana, denti guasti, hanno già fatto molto. Ora si tratta di stare in bilico, accendere il motore, abbracciarsi e tenere i sacchi fra le gambe, fino al frantoio. Sei ore di raccolta, 100 chili da consegnare, diciotto euro di guadagno a testa. Dei lavoratori in nero, sfruttati e lasciati a dormire al gelo, ai margini delle nostre città, forse sono al gradino più basso.

In attesa della chiamata per i carciofi, raccolgono olive di seconda scelta. Olive di «cascola», cadute dagli alberi, destinate a marcire o a diventare olio chiaro (non extravergine). Ma questo, davvero, a Zidane e Nadir non può interessare. Sono lì che viaggiano in gara con altri fantasmi – in tutto 1.800 persone secondo la Caritas – spazzini delle campagne. Sono gli ultimi sacchi, questi. Le ultime file di motori scarburati lungo via Corato. Alle 5 di pomeriggio scompaiono. Si ritirano dentro baracche e case abbandonate – rifiuti, topi, falò – con gruppi di cani randagi intorno e un senso di irreparabile sconfitta: «Ho sbagliato tutto – dice Zidane – finché riuscivo a vendere cartoline davanti alla fontana di Trevi pensavo bene dell’Italia. Guadagnavo anche 30 euro al giorno. Adesso è uno schifo, sto male, non voglio più questa vita. Ma non posso tornare a Casablanca con meno soldi di quando sono partito».

Nulla di nuovo da segnalare, 436 chilometri a nordest di Rosarno. «La cosa che mi fa infuriare – dice don Geremia della casa d’accoglienza Santa Maria Goretti di Andria – è l’ipocrisia. Le voci scandalizzate che arrivano sempre dopo, quando è troppo tardi». In effetti, vista da qui, l’Italia non sembra un Paese che ami coltivare la memoria, nemmeno sul breve periodo. Basta pensare alla storia di Salah Bensada, 39 anni, marocchino, morto assiderato dopo una notte più dura delle altre, fra le baracche degli uliveti. Era dicembre 2007, quattro giorni a Natale. I volontari del centro di accoglienza lo avevano quasi salvato: «Gli abbiamo fatto un doccia calda – ricorda suor Susanna – Salah si lamentava, faceva spavento, non sentiva più le gambe». Il peggio però è venuto dopo. Quando è rimasto per undici ore nelle sala d’aspetto dell’ospedale di Andria, prima di essere visitato. Un fatto per cui, proprio in questi giorni, la procura di Trani sta decidendo se rinviare a giudizio tre medici.

«Ogni notte è così», dice don Geremia, 42 anni, faccia spigolosa da indio, telefonino che squilla in continuazione, un prete poco canonico. Spiega: «Abbiamo solo otto letti. Quindi decidiamo della vita e della morte». Gira su un’auto scassata con i suoi volontari, offre pasti caldi, ricovera i casi più gravi. Cerca, soprattutto, di evitare che la sofferenza divampi. «Quest’anno sono successi due fatti nuovi. Primo: sono arrivati molti immigrati dal Nord Italia, ancora con il permesso di soggiorno, ma licenziati per la crisi. Secondo: ai braccianti romeni, magrebini, centrafricani, iracheni e sudanesi, si stanno aggiungendo nuovi poveri italiani. Ed è proprio questo un punto di attrito delicatissimo, su cui dobbiamo vigilare tutti. Si rischia il macello».

Razzismo, no. Non ancora, almeno. Silenzio, vite separate. Altri caporali, con altre regole: «Qui usa chiedere ai braccianti romeni di poter usufruire delle grazie delle loro mogli». Cioè, don Geremia? «Sesso per assicurarsi la chiamata sui campi». L’anno di lavoro ha poche pause: olive, olive di seconda scelta, carciofi, ciliege. Ad Andria arriveranno altri morti nell’indifferenza generale (c’è solo Telenorba a raccontare questo pezzo di Puglia). Magari un motorino in mezzo alla strada classificato come incidente, magari il tunisino Abderrahim che ha un tumore al cervello e il lato sinistro del corpo semiparalizzato. E intanto, in qualche modo, raccoglie. O magari Mansur, un esempio di quanto le parole possano essere vuote. Settant’anni, da 20 in Italia, dialetto andriese impeccabile, non è mai stato in carcere, non ha mai avuto il permesso di soggiorno e continua a lavorare qui. In nero.

«Sono dei poveri cristi», dice un grossista della zona di Quarto Di Palo. Che poi aggiunge: «Gli stranieri fanno tutto quello che gli italiani non si sognano più di fare». Racconta l’altro pezzo della storia: «Da anni la Toscana sta facendo miliardi con le nostre olive. Loro imbottigliano e basta. Ma dietro al business dell’olio, adesso ci sono nuovi sistemi. Stanno ammazzando il nostro prodotto. Pagano sempre meno. Così, a mia volta, devo pagare meno i raccoglitori. Ora il trucco è questo: fanno arrivare le olive dalla Tunisia, attraverso la Spagna e con un giro di carte, di false fatturazioni, le certificano come italiane». Il lavoro del tunisino Mansur deprezzato dalle olive della sua terra.
Il sindaco di Andria, Vincenzo Zaccaro, 42 anni, eletto con la Margherita, non ricorda i dati salienti del territorio, ma è fiero «della sinergia con la Disney». Ovvero? «Quantitativi importanti del nostro olio finiscono nei centri della loro catena». Le olive raccolte da Zidane nelle insalate di Eurodisney.

dalla Stampa


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