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Rapporto di Human Rights Watch sulla Libia

Nuovo rapporto di Human Rights Watch sulla Libia
di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo
1. I rifugiati eritrei in Italia denunciano in questi giorni come la Libia abbia permesso a dipendenti dell’ambasciata eritrea di incontrare nei centri di detenzione richiedenti asilo eritrei: come riferisce una nota dell’associazione Habesha, Human Rights Watch (Hrw) teme che il personale diplomatico li costringa a ritornare nel loro Paese dove rischiano la tortura. “Le autorità libiche hanno autorizzato responsabili eritrei a incontrare profughi eritrei, di cui quasi la totalità richiedenti asilo detenuti in Libia”, indicava ieri in un comunicato l’organizzazione per la difesa dei diritti umani la cui sede è a New York. “Gli eritrei che cercano asilo per paura di persecuzioni nel loro paese godono del diritto alla confidenzialità durante l’esame dei loro casi”, spiega Bill Frelick, direttore della politica dei rifugiati presso Hrw. “Invitando personale eritreo a incontrarli, e forse a intimidirli, in detenzione, la Libia viola gravemente i loro diritti d’asilo”, aggiunge.

L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) ha raccomandato ai governi che accolgono richiedenti asilo eritrei di non rimpatriarli perché rischiano l’arresto e la tortura nel loro Paese. Secondo Hrw, “nelle ultime due settimane, personale dell’ambasciata di Eritrea si è recato in diversi centri di detenzione per clandestini. Ha scattato foto dei detenuti e insieme a responsabili libici li ha costretti a riempire dei formulari”. I detenuti pensano che questi formulari serviranno alla loro deportazione, secondo Hrw. L’organizzazione afferma inoltre che degli eritrei del centro di detenzione di Sorman hanno riferito a inizio gennaio che coloro che rifiutavano di farsi fotografare venivano malmenati da guardie libiche. A metà gennaio, altri eritrei detenuti nei centri di Misratah e Garabule hanno detto che dei membri delle forze di sicurezza li avevano picchiati quando si erano rifiutati di riempire i formulari e minacciati di lasciarli senza cibo, sempre secondo Hrw. Secondo quanto riferito nel comunicato di Habesha, nell’aprile 2009, il ministro della Giustizia libico Mustapha Mohamad Abdeljalil aveva dichiarato ad Hrw che il suo Paese non avrebbe deportato né eritrei e né somali.

“La Libia dovrebbe adottare una legge sul diritto d’asilo per proteggere i rifugiati”, afferma Hrw secondo cui “dovrebbe firmare e ratificare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951”. Ma assai probabilmente non basterà neppure che la Libia sottoscriva formalmente la Convenzione di Ginevra, anche alla luce di quanto accade ai potenziali richiedenti asilo in altri paesi che quella Convenzione hanno sottoscritto, come il Marocco, l’Algeria, la Tunisia ed il Marocco. Occorre aprire canali umanitari per fare arrivare i richiedenti asilo in Europa e creare le condizioni per garantire il rispetto dei diritti umani di tutti i migranti nei paesi di transito, ricorrendo se occorre a sanzioni economiche. Finché si faranno affari con regimi dittatoriali non è pensabile che si riesca ad imporre il rispetto dei diritti umani.

Di certo occorre contrastare in ogni modo le politiche di “esternalizzazione” del diritto di asilo, che alcuni paesi europei stanno perseguendo, e che l’Unione Europea sembra ormai accettare come un dato scontato. Un modo per chiudere la fortezza Europa anche ai richiedenti asilo o altre forme di protezione internazionale, che l’Unione Europea riconosce a differenza di quanto accade nei paesi di transito. Ma solo a coloro che riescono a raggiungere il territorio europeo. Ecco perché sono diventati così necessari i pattugliamenti congiunti ed i respingimenti collettivi. Per chiudere l’ultima porta in faccia ai potenziali richiedenti asilo.

2. Soltanto le autorità italiane fanno finta di non vedere gli abusi e le torture inflitte ai migranti nelle carceri e nei centri di detenzione in Libia. Eppure già nel 2006 l’allora direttore del Sisde generale Mario Mori esponeva ai membri del Copaco quanto avveniva in Libia quando i migranti irregolari venivano arrestati dalla Polizia, dichiarazioni subito ridimensionate dal ministro dell’interno del tempo Beppe Pisanu. Malgrado tutto questo le trattative con la Libia proseguivano e giungevano alla stipula dei Protocolli operativi di Amato e del Trattato di amicizia concluso da Berlusconi.

Sulla falsariga del voto bipartisan sulla ratifica del Trattato di amicizia italo-libico nel febbraio 2009, il Parlamento italiano, ancora alla fine dello scorso anno, ha ratificato la politica dei pattugliamenti congiunti e dei respingimenti collettivi. Nella sua audizione in Parlamento, davanti alla Commissione Schengen, il 13 ottobre dello scorso anno, l’ambasciatore italiano in Libia ha fornito una immagine rassicurante della situazione della lotta all’immigrazione clandestina e, in questo quadro, del rispetto dei diritti umani in quel paese, esibendo, come poi ha fatto anche il ministro Maroni, i numeri di un “successo” che si sarebbe tradotto nella drastica riduzione degli arrivi in Sicilia.

In quella occasione, come si evince dai resoconti parlamentari, venivano comunicati i dati relativi alle operazione di “pattugliamento congiunto” posto in essere da unità navali italiane e libiche nelle acque del canale di Sicilia a partire dal maggio dello scorso anno. Secondo quanto dichiarato dall’Ambasciatore, “per quanto riguarda i riaccompagnamenti, dal 6 maggio al 7 settembre sono stati riaccompagnati in Libia 1.005 persone, di cui 833 attraverso l’attività congiunta libico-italiana e 172 prese e riportate in Libia esclusivamente dagli stessi libici”.

Un vero “successo” per un paese caratterizzato da una legislazione e da prassi di polizia che stanno rigettando nella clandestinità migliaia di migranti, ogni giorno, come i tragici fatti di Rosarno provano al di là di ogni sortita demagogica di questo o di quel ministro. 1000 persone in meno, all’incirca, sbarcate in Italia, probabilmente per la maggior parte potenziali richiedenti asilo, mentre sono decine di migliaia coloro che entrano annualmente alle frontiere terrestri, o attraverso gli aeroporti, oppure che diventano di nuovo irregolari perché non hanno più un contratto di lavoro con il quale conseguire ilo rinnovo del permesso di soggiorno.

L’audizione dell’ambasciatore ricostruisce la storia degli accordi negoziati con la Libia, prima da Dini nel 2000 e poi da Amato nel 2007, trovandovi un fondamento giuridico per la pratica dei respingimenti collettivi, laddove si prevede la cessione di unità militari italiane ai libici e poi che «dette unità navali effettueranno le operazioni di controllo, di ricerca e di salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporto di immigrati clandestini, sia in acque territoriali libiche, che internazionali». Nessuna parola, naturalmente sul contenuto effettivo degli accordi negoziati personalmente dal ministro Maroni, in Libia nel febbraio dello scorso anno, all’indomani dell’approvazione del Trattato di amicizia italo-libico da parte del Parlamento, che dava finanziamenti ed operatività ai Protocolli operativi conclusi nel dicembre 2007 da Amato, con il supporto politico di D’Alema, allora ministro degli esteri, che alcuni mesi prima si era recato, quasi in incognito, in Libia. Di certo dal 6 maggio del 2009 le autorità italiane hanno operato respingimenti collettivi di migranti verso la Libia anche sulla base di quei Protocolli operativi adottati da un governo di centrosinistra, un argomento scomodo che adesso in troppi fanno finta di dimenticare.

Dalle dichiarazioni rese dall’ambasciatore davanti al Comitato Schengen emerge esplicitamente che personale della Guardia di finanza italiana è stabilmente imbarcato sulle unità cedute dall’Italia alla Libia nel maggio del 2009 ( tre), e poi ancora alla fine dell’anno ( altre tre) ed ormai con bandiera libica mentre, dopo lo sbarco a Tripoli, la questione dei successivi rimpatri, e la stessa sorte dei migranti rimarrebbero di esclusiva competenza dei libici.

L’ambasciatore afferma infatti che “nel momento in cui una motovedetta libica – ormai infatti sono libiche – intercetta un’imbarcazione e la trasferisce o la traina, a seconda delle circostanze, verso il territorio libico, la questione diventa di competenza territoriale libica. Questo è chiaro ed è stato ben chiarito nelle intese con noi. Al porto in genere si trovano dei rappresentanti dell’OIM che cercano di aiutare ad operare una distinzione per origine geografica, ossia per nazionalità, per sesso e per età, dimodoché i bambini, per esempio, non siano messi assieme agli adulti e via elencando. La gestione è, tuttavia, assolutamente libica e noi non abbiamo alcuna possibilità di intervento.

Nelle sue dichiarazioni l’ambasciatore è anche più esplicito perché quando gli viene chiesto del rispetto dei diritti umani in Libia risponde che alcune organizzazioni come l’OIM avevano posto questa questione, ma solo per questo fatto si erano viste ridurre considerevolmente il loro ambito di azione, e assai probabilmente le loro prospettive di finanziamento. Poi la situazione si era “normalizzata”, ed ognuno era tornato a svolgere il suo lavoro, in silenzio, senza denunciare all’opinione pubblica mondiale lo scandalo degli abusi subiti dai migranti in Libia.

Il silenzio sulle violazioni dei diritti umani dunque conviene sempre alla fine, sempre nell’interesse dei migranti, naturalmente. Ed adesso cosa saprà fare il governo italiano di fronte al rischio che i richiedenti asilo eritrei, o di altra nazionalità, siano deportati dalla Libia verso i paesi di origine, dove troveranno certamente carcere, torture e forse anche la morte? Ma si potrebbe amaramente aggiungere, di cosa stupirsi di fronte a quello che avviene in Italia, non solo nelle campagne meridionali, come a Rosarno, Eboli e Castelvolturno, ma anche nei CIE e nelle carceri ?

Non è certo un caso, del resto, che la delegazione italiana che avrebbe dovuto visitare la Libia per verificare l’attuazione del Trattato di amicizia e dei Protocolli operativi, come prevedeva un ordine del giorno approvato all’unanimità dal Parlamento, lo scorso anno, non sia mai partita, malgrado i proponimenti di Fini durante la visita di Gheddafi in Italia nel giugno del 2009.

3. Adesso i reportage di Fabrizio Gatti pubblicati sull’Espresso e visibili da tutti in rete, sulla sorte dei migranti respinti dalla Libia ed abbandonati a morire nel deserto smentiscono definitivamente il quadro tranquillizzante prospettato dall’ambasciatore italiano nel corso della sua recente audizione parlamentare, nella quale ha anticipato le stesse risposte che successivamente sono state fornite, sia pure con diversi “omissis” dal ministro dell’interno Maroni.

Nessun uomo di governo italiano può dirsi esente da responsabilità per quelle morti e per gli abusi che in migranti subiscono in Libia, neppure asserendo che il controllo delle frontiere meridionali è una “questione interna” libica e che su tale questione il governo italiano non avrebbe assunto responsabilità. Il governo italiano è direttamente coinvolto nella gestione delle frontiere meridionali libiche ben al di là dei compiti di “formazione” delle guardie di confine, perché proprio questa è stata la novità del Trattato di amicizia firmato da Berlusconi a Tripoli nell’agosto del 2008.

Come è scritto chiaramente nel Trattato, ratificato nel febbraio del 2009 con una maggioranza da larghe intese, con il voto favorevole ( della maggior parte) del Partito democratico, l’Italia si impegnava a fornire alla Libia danaro, mezzi e formazione proprio per un maggior controllo delle frontiere meridionali, esattamente come imposto dai diktat di Gheddafi. In questo senso l’Italia si è impegnata a versare alla Libia oltre duecento milioni di euro, e di sollecitare l’Unione Europea a versarne altrettanti. Basta leggere le relazioni allegate alla disegno di legge di ratifica del Trattato di amicizia italo-libico per avere conferma documentale del coinvolgimento di imprese italiane nella costruzione di un sistema di controllo elettronico delle frontiere meridionali libiche. Certo, oggi quel sistema di radar e visori notturni non si è ancora realizzato, e forse non si concretizzerà mai, ma rimane evidente, oltre allo spreco di danaro pubblico sottratto ad altri impegni di carattere sociale in Italia, la corresponsabilità politica del nostro paese per quanto accade, o è accaduto lo scorso anno, ai confini meridionali tra la Libia ed il Niger. Come documentato dalle relazioni annuali della Corte dei Conti del 2005 e del 2006, è da anni che il governo italiano finanzia la Libia per allestire centri di detenzione e voli di rimpatrio verso i paesi di origine e per un maggior controllo delle frontiere terrestri.

Adesso, dopo i rapporti internazionali e le immagini diffuse su internet ed in televisione, è chiaro il prezzo che è stato pagato per impedire ad alcune migliaia di potenziali richiedenti asilo, soprattutto somali ed eritrei di raggiungere le coste italiane, la salvezza. E’ un prezzo che sa di sangue e di interessi commerciali. Anche se si continua a mentire su quanto sta avvenendo in Libia, o se si finge di non sapere, come è successo all’onorevole Lupi durante la trasmissione Anno Zero quando sono state trasmesse le immagini sui corpi dei migranti abbandonati dai libici nel deserto ai confini meridionali con il Niger, quando l’onorevole ha risposto con frasi da circostanza, senza neppure richiamare il Trattato di amicizia tra Italia e Libia. Forse Lupi avrebbe potuto ricordare almeno quanto scritto nell’art. 19 del Trattato di amicizia con la Libia firmato da Berlusconi il 30 agosto del 2008.

“Articolo 19 -Collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina 1. Le due Parti intensificano la collaborazione in atto nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina, in conformità a quanto previsto dall’Accordo firmato a Roma il 13/12/2000 e dalle successive intese tecniche, tra cui, in particolare, per quanto concerne la lotta all’immigrazione clandestina, i Protocolli di cooperazione firmati a Tripoli il 29 dicembre 2007. 2. Sempre in tema di lotta all’immigrazione clandestina, le due Partì promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche. Il Governo italiano sosterrà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% le due Parti chiederanno all’Unione Europea di farsene carico, tenuto conto delle Intese a suo tempo intervenute tra la Grande Giamahiria e la ’Commissione Europea. 3.Le due Parti collaborano alla definizione di iniziative, sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell’immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori.”

I responsabili dei migranti morti ed abbandonati nel deserto libico, gli stessi responsabili delle violenze e delle torture inflitte ai migranti detenuti nelle carceri e nei centri di detenzione in Libia potrebbero essere identificati facilmente, malgrado l’indifferenza dell’opinione pubblica italiana ed i ritardi nell’accertamento dei fatti da parte della magistratura nazionale e della giustizia internazionale. Gli ultimi rapporti di Human Rights Watch e del Jesuite Refugee Service (JRS) di Malta espongono con chiarezza una situazione tanto documentata quanto pervicacemente ignorata o censurata in Italia.

4. Attendiamo ancora l’esito dell’inchiesta aperta dalla Procura di Siracusa sui respingimenti collettivi in Libia durante la scorsa estate, e sono prossime decisioni importanti della Corte Europea dei diritti dell’uomo sui respingimenti collettivi praticati dall’Italia già a partire dal 2005, anche da Lampedusa e da Crotone, prassi vietate da tutte le Convenzioni internazionali, e proseguite con modalità diverse durante lo scorso anno, nel canale di Sicilia, anche ai danni di donne in stato di gravidanza e di minori non accompagnati.

La sorte indegna riservata ai migranti in Libia corrisponde alla “pulizia etnica” che si sta portando avanti in Italia, non solo a Rosarno, ma in modo più sommerso anche in tanti CIE ( centri di identificazione ed espulsione) italiani dove gli immigrati continuano a ribellarsi ad un regime detentivo disumano, fino a porre in essere atti di autolesionismo e tentativi di suicidio, e negli uffici immigrazione delle questure italiane, che continuano a negare per anni il rilascio di documenti di soggiorno che sarebbero dovuti nell’arco di qualche settimana. Aspetti diversi della stessa politica di esclusione (rispetto all’ingresso ed all’accesso effettivo ai diritti) e di costruzione del nemico interno, una volta che i migranti prima regolari, o che avrebbero avuto diritto ad entrare nella regolarità, sono privati dei documenti di soggiorno e quindi criminalizzati per effetto del pacchetto sicurezza e della introduzione, in particolare, del reato di immigrazione clandestina.

Toccherà ai movimenti ed alle reti che si stanno riorganizzando in vista delle prossime iniziative di lotta per rivendicare i diritti fondamentali dei migranti, una mobilitazione che dovrà saldarsi con quelle dei ceti più deboli della popolazione italiana, continuare a chiedere verità e giustizia per gli abusi commessi in Libia e negli altri paesi di transito, come per i respingimenti collettivi praticati nelle acque del canale di Sicilia, sulla pelle di chi fugge dalla miseria e dalla guerra e cerca di raggiungere il nostro paese.

Un impegno che dovrà tenere sempre al centro il destino degli uomini, delle donne, dei minori, come quello dei richiedenti asilo eritrei che ancora poche settimane fa sono stati visitati da rappresentanti del loro governo nelle carceri libiche e che adesso rischiano deportazione ed altre torture. Esseri umani di cui ancora oggi non si conosce la sorte, che probabilmente ancora in questi giorni saranno sottoposti ad ogni sorta di violenze e di abusi.


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